QUANDO LA BELLEZZA PROTEGGE: ARCHITETTURA E INNOVAZIONE PER COSTRUIRE IL FUTURO
Intervista a Emanuela Baglietto, Partner e Architetto del Renzo Piano Building Workshop
In un tempo segnato da crisi ambientali, fragilità urbane e nuove consapevolezze, l’architettura non può più essere solo gesto estetico. È responsabilità. È cura. È costruzione di fiducia. Lo sa bene Emanuela Baglietto, partner del Renzo Piano Building Workshop, che da oltre trent’anni firma progetti di risonanza internazionale – dall’Astrup Fearnley Museum di Oslo all’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston, fino al recentissimo Istanbul Modern. Oggi è responsabile della nuova Torre Piloti del porto di Genova, simbolo ingegneristico e architettonico che segna il ritorno della bellezza in un luogo tragicamente ferito. Abbiamo parlato con lei di forma, struttura, innovazione e del ruolo dell’architetto come custode della bellezza e della sicurezza.
Architetto Baglietto, partiamo da lei. Cosa significa per lei progettare oggi?
Progettare oggi è un atto profondamente consapevole, non è più soltanto un esercizio di forma, funzione e tecnica. Si tratta di rispondere a sfide epocali: crisi climatiche, migrazioni globali, disuguaglianze crescenti e risorse limitate. In questo contesto l’atto progettuale si configura come un gesto sociale, culturale e ambientale di primaria importanza.
Che responsabilità ha l’architettura in un’epoca in cui le città devono adattarsi, proteggere e ispirare allo stesso tempo?
La città contemporanea rappresenta il principale campo di prova di questa sfida. È qui che si concentrano le contraddizioni più acute del nostro tempo: sviluppo e degrado, opportunità e esclusione, innovazione e fragilità. Ed è in questo contesto complesso che l’architettura deve saper adattarsi, proteggere e ispirare. Proteggere implica, da un lato, la necessità di ridurre l’impatto ambientale e, dall’altro, di migliorare la qualità della vita urbana. Le città devono trasformarsi in organismi sostenibili, capaci di mitigare le isole di calore, favorire la biodiversità, gestire in modo efficiente l’acqua e le risorse. Ma proteggere significa anche garantire spazi inclusivi, sicuri e accessibili per tutti. Ispirare, infine, rimane il compito più nobile e più difficile. L’architettura continua ad avere il dovere di generare bellezza, di dare forma ai sogni collettivi, di costruire identità. In un mondo attraversato da profonde incertezze, gli spazi ben progettati possono restituire dignità, senso di appartenenza e fiducia nel futuro. L’ispirazione nasce dal sottile equilibrio tra radici e innovazione, tra memoria e visione prospettica.
Come si intrecciano l’estetica architettonica e l’efficacia ingegneristica? C’è ancora una contrapposizione tra bellezza e tecnica, o oggi l’innovazione apre nuovi scenari di coesistenza virtuosa?
Non esistono più due mondi separati. Estetica architettonica ed efficacia ingegneristica sono oggi parte di un unico processo creativo. Grazie alle tecnologie digitali, ai nuovi materiali, a una crescente consapevolezza ambientale, forma e struttura possono finalmente crescere insieme. La tecnica non è più un limite da rispettare: è uno strumento per liberare l’espressione progettuale. La bellezza, a sua volta, non è un semplice gesto artistico: nasce dall’intelligenza costruttiva, dall’efficienza, dalla capacità di durare, di sostenersi, di rispettare l’ambiente. La natura è maestra in questo: ci mostra strutture leggere, flessibili, capaci di adattarsi al clima, al contesto, al tempo. L’architettura che si ispira alla natura parla un linguaggio simile: costruisce con precisione, ottimizza, armonizza. La vera sfida sta proprio qui: fare dialogare bellezza e tecnica, lasciarle evolvere insieme. Quando questo accade, nasce un’architettura che non solo risponde ai bisogni del presente, ma nutre immaginari, genera fiducia, costruisce futuro.
Nel progetto della Torre Piloti, come avete integrato l’aspetto strutturale e quello architettonico?
La sfida era chiara fin dall’inizio: coniugare leggerezza e slancio visivo con solidità assoluta, in un contesto esposto a forze naturali complesse e carichi dinamici importanti. Non bastava garantire resistenza: bisognava farlo con eleganza, senza rinunciare alla qualità estetica. E, insieme, assicurare il massimo comfort a chi quella torre l’avrebbe vissuta ogni giorno: i piloti del porto, nel cuore operativo di Genova. Raggiungere questo equilibrio ha richiesto un lavoro approfondito su ogni livello del progetto: analisi strutturali avanzate, modellazioni numeriche raffinate, test in galleria del vento. Abbiamo adottato tecnologie all’avanguardia, tra cui sistemi di smorzamento leggeri ma estremamente performanti, capaci di contenere le vibrazioni senza appesantire l’impianto strutturale. Nulla è stato lasciato al caso. Una torre che parla il linguaggio dell’ingegneria ma con un tono architettonico chiaro e riconoscibile, dove tecnica e forma si fondono in modo naturale, senza soluzione di continuità.
Cosa significa progettare sapendo che la struttura dovrà anche salvare vite in caso di evento estremo?
Progettare la nuova Torre Piloti di Genova ha significato, prima di tutto, assumersi una responsabilità profonda: verso la città, verso la sua memoria, ma soprattutto verso le persone che, ogni giorno, da quella torre garantiranno la sicurezza della navigazione nel porto. In un contesto così delicato, la struttura non è solo un’opera tecnica o un esercizio formale. È una promessa. È protezione concreta. Deve garantire stabilità assoluta e resistenza totale, ma anche essere accogliente, funzionale, vivibile. In questo progetto, l’ingegneria diventa cura, e l’architettura si mette al servizio della fiducia. Non si costruisce solo un edificio: si costruisce un presidio, un punto fermo sul confine tra terra e mare, tra rischio e sicurezza.
Che ruolo ha l’innovazione – come i sistemi intelligenti di monitoraggio e protezione sismica, come quelli proposti da ISAAC – nel ridefinire la relazione tra architettura e sicurezza?
Tecnologie come i sistemi intelligenti di monitoraggio e protezione sismica — quali ad esempio, le soluzioni sviluppate da ISAAC — stanno trasformando la sicurezza da elemento passivo a presenza attiva e dinamica all’interno degli edifici. Oggi non si progetta più solo per resistere a un evento estremo. Si progetta per anticiparlo, per leggerlo in tempo reale, per adattarsi alle sue conseguenze prima ancora che si manifestino completamente. Gli edifici dotati di questi sistemi non si limitano a sopportare il rischio: lo monitorano, lo elaborano, vi reagiscono. È un cambiamento radicale, che trasforma la struttura in un soggetto attivo, capace di proteggere chi la abita con intelligenza, consapevolezza e prontezza.
Pensa che questi strumenti stiano aprendo nuove possibilità per progettare spazi non solo belli ma anche profondamente “vivi”?
Questi sistemi rendono le strutture non solo più sicure, ma anche capaci di leggere l’ambiente, di reagire, di proteggere in modo intelligente chi le abita. Questi sistemi non rendono semplicemente le strutture più sicure. Le rendono più consapevoli, più reattive, più “vive”: capaci di leggere ciò che accade intorno a loro, di interpretare segnali, di reagire in tempo reale. Capaci di proteggere in modo intelligente e tutelare chi le abita. È una nuova idea di costruito: non più solo contenitore, ma organismo attivo.
In che modo queste tecnologie trasformano il vostro approccio quotidiano alla progettazione?
Queste tecnologie aprono possibilità nuove: l’edificio è capace di adattarsi, di proteggersi attivamente, si può quindi alleggerire la struttura e cercare un equilibrio diverso tra forma, funzione. Si possono realizzare progetti più leggeri e performanti, ma anche profondamente accoglienti e rassicuranti. Nella pratica quotidiana, questo significa integrare queste tecnologie fin dalle prime fasi del progetto, ma come parte dell’ossatura stessa dell’edificio. Significa che l’ingegneria e l’architettura lavorano fianco a fianco, in un dialogo continuo tra estetica, tecnica e innovazione.
Questo è un aspetto che fa parte da sempre della nostra metodologia progettuale.
Quali luoghi avranno più bisogno di un’architettura integrata con soluzioni tecnologiche nei prossimi anni (ospedali, scuole, edifici privati, spazi pubblici)?
Sicuramente, i luoghi che più avranno bisogno di un’architettura integrata con le nuove tecnologie saranno proprio quelli che incidono sulla nostra vita quotidiana: ospedali, scuole, spazi pubblici, ma non solo. Luoghi dove la sicurezza non è un’opzione, ma una condizione essenziale per la cura, per l’apprendimento, per l’incontro. Oggi gli edifici devono diventare intelligenti. Non solo resistenti, ma adattivi, sensibili, capaci di prendersi cura di chi li abita. Pensiamo a ospedali che monitorano le proprie condizioni strutturali in tempo reale, a scuole capaci di reagire a un’emergenza sismica o climatica, a spazi pubblici che diventano “organismi urbani”, vivi, reattivi, connessi all’ambiente e capaci di rispondere alle sue sfide. Ma anche l’edilizia privata è destinata a trasformarsi per offrire comfort, efficienza energetica e protezione attiva, grazie a sistemi intelligenti di monitoraggio e risposta.
Come possiamo formare progettisti che sappiano coniugare visione umana e innovazione tecnica?
Per formare una nuova generazione di progettisti umanisti serve un approccio multidisciplinare, che metta insieme architettura, ingegneria, scienze ambientali e anche cultura digitale. Serve allenare una sensibilità progettuale che tenga insieme la bellezza, la funzionalità e la responsabilità. Bisogna insegnare a progettare spazi che siano belli perché sono sicuri e intelligenti, e che siano capaci di evolvere e adattarsi insieme alla società, perché oggi bisogna saper progettare luoghi che proteggono e ispirano allo stesso tempo.
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Scopri l’intervista a Gian Michele Calvi — professore, ingegnere e innovatore — cliccando qui sotto.
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